La mai banale pagina dei necrologi del Guardian riportava lunedì scorso la notizia della scomparsa di Albert Maysles, avvenuta il 5 marzo. Maysles era un filmmaker vicino al movimento del cinéma veritè francese, o al kino-pravda sovietico. Leggendo la sua biografia ho colto nella sua traiettoria espressiva il passaggio dall’interesse per le persone affette da un disagio mentale (infatti aveva insegnato Psicologia per tre anni all’Università di Boston) a quello più ampio per i fenomeni culturali e sociali del dopoguerra, soprattutto la musica popolare.
Uno dei primi film che Maysles girò fu un documentario sulla psichiatria in Urss (https://www.youtube.com/watch?v=MiZezAjaVI4):rimane un piccolo documento, influenzato forse dalla volontà di sotolineare quello di bello che poteva esserci, come la ricerca di terapie alternative, o il rifiuto dell’elettroshock, temi che sarebero tornati evidenti alcuni decenni più tardi. Lo sguardo sui malati in URSS partiva dall’idea he la malattia nasceva dalla perdita dell’introspezione, “ così tipica nel popolo russo”. Se si perde la capacità di guardarsi dentro, sembrava dire, allora ci si ammala.
Un altro film interessantissimo , realmente drammatico, è Salesman,del1968, documentario su un gruppo di venditori di Bibbie porta-a-porta, che vediamo percorrere una vita vuota, ripetitiva, spezzata tra la promessa della redenzione e il silenzio dei motel e della neve del Midwest.
Per alcuni della mia generazione rimane famoso per avere diretto (1970) “Gimme shelter”, il resoconto del concerto dei Rolling Stones all’autodromo californiano di Altamont. In quella occasione il servizio d’ordine fu gestito dagli Hell’s Angels, che contribuirono a creare un clima esasperato e violentissimo, nel quale venne ucciso uno spettatore (forse armato) con una coltellata alla schiena. La situazione era del tutto sfuggita di mano agli organizzatori, e resta in questo film il documento di una grande violenza, che segnò anche la fine del sogno del peace and love e l’ingresso nei difficili anni ’70. Non si vedeva più nessuna differenza o distanza tra artista e spettatore, nessuna aura, nessuna speranza. Anche in quel momento, la capacità introspettiva era perduta.