Underground, di Haruki Murakami,(1997 e 1998) può risultare, alla fine della lettura, un libro sul Disturbo Posttraumatico, à la japonaise.
Si tratta di una serie di interviste alle vittime del grave attentato che nel 1995 interessò migliaia di persone che viaggiavano sulla metropolitana di Tokyo, dove un gruppo di terroristi della setta Aum liberarono del Sarin, un gas tossico micidiale. L’attentato fece 12 vittime e migliaia di intossicati. In questo libro ci sono i resoconti di coloro che furono colpiti, e nella seconda parte (scritta quasi due anni dopo) alcune interviste con gli autori dell’attentato.
Al di là di una riflessione generale su che cosa significhi essere giapponese, che per noi può essere abbastanza poco importante, il libro presenta diversi punti di riflessione e interesse. Ad esempio, lo scoppio della violenza, l’inclusione o l’esclusione nella società di massa, come si può elaborare i dolore, dove lo si può collocare per potersene allontanare. Su tutto, come poi molto spesso in Murakami, grava il senso della catastrofe imprevista, il gioco del caso che ci attende in ogni minuto.
Soprattutto però esso risponde al dovere e al bisogno di ricostruire una trama, una storia di sè, un tragitto che riassuma e spieghi che cosa siamo e perchè lo siamo. Murakami aveva vissuto molto tempo all’estero, e sentiva il bisogno di riaccostarsi alla propria terra e alla propria cultura, per spiegarsela e per trovare un proprio posto in essa. Studiare il comportamento delle persone giapponesi di fronte ad una violenza terribile e incontrollabile gli è parso il punto iniziale di un percorso che si è concluso con una riflessione sul senso di sè. “Quando si perde la propria identità, si perde il filo del racconto costituito dalla propria persona. Ma nessuno può vivere a lungo senza una storia (…) Una storia naturalmente non è una filosofia, non è logica, non è etica. E’ un racconto. Un sogno che continuiamo a fare, senza accorgercene. E senza interruzione, così, come respiriamo. In queste storie siamo degli esseri con due facce. Siamo al tempo stesso il soggetto e l’oggetto. La totalità e la parte. la realtà e l’ombra. L’autore e l’attore".
Murakami romanziere - uno che scrive storie per professione, dice - giunge così a riflettere sull’identità, sull’essere se stessi. Il libro parla così di una riconquista, di una catarsi. Nella ricerca della propria storia, costruendo altre storie, Murakami cercava di ritrovarsi.
Lo stesso accade alle persone, uscire dall’isolamento notturno delle proprie convinzioni, e cimentarsi nell’incontro con gli altri, con quello che gli altri vedono e pensano, anche di noi. Si deve uscire dal proprio sogno e dal proprio romanzo.