In The bling ring (USA, 2013) Sofia Coppola ci presenta ancora una volta il momento complesso della crescita, intesa soprattutto come fase di vuoto e smarrimento di fronte alla vita che si profila all'orizzonte. In questo caso seguiamo con uno stile quasi documentaristico un fatto di cronaca verificatosi a Los Angeles, dove vennero arrestati alcuni giovani che avevano preso a visitare le case dei divi di Hollywood, impadronendosi dei loro oggetti. Lo scopo di tutto questo non era tanto la ricerca di un guadagno illecito, attraverso lo smercio della refurtiva, ma la conquista di un’identità, di un rapporto fantasticato di vicinanza e contatto con il personaggio famoso, oggetto idealizzato finalmente raggiunto.
Questi ragazzi si muovono nel vuoto delle relazioni, mentre i genitori, nelle loro rare apparizioni, sembrano assenti, distratti, o del tutto idioti: non svolgono alcuna funzione affettiva o di accudimento, e sembrano limitarsi a constatare il disastro.
Percepiamo chiaramente in questi film un senso di cronaca documentaristica, e al di sotto di questa una superficie emotiva liscia, priva di profondità, nella quale si coglie il senso di vuoto e di solitudine di cui sempre Coppola si è occupata, a partire dalla vergini suicide del suo primo film (1999), fino a "Marie Antoinette" (2006) o alla calma disperazione di "Lost in translation" (2010), nel quale la riflessione amara sulla tristezza della vita (“Diventa più facile?” chiede la protagonista) diviene pura estraneità.
Sofia Coppola ripercorre all’infinito la storia della sua vita, del rapporto devastante con suo padre, il grande, grandissimo genio che non ha saputo salvare la propria famiglia (Si può leggere su questo l’ottimo Easy riders, raging bulls di Peter Biskind). Questa sofferenza profonda le ha permesso di sviluppare uno sguardo caloroso e paziente, tollerante e non colpevolizzante nemmeno verso gli sbandati del Bling Ring, risultato di assenza ed abbandono. Ormai, il danno è avvenuto, i ragazzi sono soli, e per una volta alla fine del film di Sofia Coppola nessuno piange (come in Lost in translation o in Somewhere). Semplicemente, e senza più sentire lo spessore del dolore, essi cercano da soli qualcuno a cui assomigliare, a cui chiedere qualcosa e a cui prendere qualcosa.