L’ultimo libro di Michele Serra, “Gli sdraiati”, uscito alla fine dell’anno scorso, ci mostra un padre in profonda difficoltà nell'entrare in contatto con il figlio adolescente, che gli appare sempre più estraneo, incomprensibile, forse perduto per sempre; fatica ad attribuirgli un’identità, un’originalità, peculiare identità, e si arrocca in una posizione autoritaria, scettica, poco empatica, più centrato su sé che sul ragazzo.

Questo alla fine accetterà di accompagnare il padre in una per lui mitica passeggiata in montagna, nel corso della quale si consumerà il rito di passaggio: precedendo il genitore (stupito, incredulo, quasi spaventato), scomparirà dietro il crinale della montagna; il padre dovrà accettare di restare più indietro, che alcune cose possano succedere anche senza il suo controllo e senza di lui, ora non più centrale.
Questo mi ha fatto riflettere sulla generazione dei padri e l'invecchiare.

La generazione di Serra, che è anche la mia, ha avuto la grande fortuna di vivere un periodo di grandissimo rinnovamento e vivacità, pieno di cambiamenti e di segni. Questo ci ha influenzato in modo enorme, dandoci spesso entusiasmo e curiosità, ma rendendoci anche spocchiosi e incontentabili, soprattutto verso chi è venuto dopo: la grande musica è già stata scritta e suonata, la politica non è più quella di prima, siamo stati dappertutto, possiamo anticipare qualunque giudizio e qualsiasi esperienza.
Adesso, i vecchi siamo noi, e rischiamo, anche per quello che abbiamo avuto la ventura di sperimentare, di essere paternalistici, polemici, distruttivi, con un modo di essere simile a quello che disprezzavamo nei nostri genitori, quelli che a quarant’anni ci sembravano irreparabilmente vecchi. “Certamente a me questo non succederà", pensavamo, e invece succede eccome.
I meccanismi affettivi, così come la cultura, prendono la loro rivincita, riducendo i contestatori di ieri a quell’atteggiamento invariabilmente insoddisfatto che tanto odiavano in coloro che erano venuti prima.

Per soccombere con grazia, e rendendosi conto che si può continuare a vivere, si potrebbe cercare di provare stima e non sentimenti distruttivi (il senso di sufficienza, il sorriso tollerante, l’assenza e la trascuratezza), servirebbe riuscire a vedere qualcosa di buono anche in quello che i figli fanno, si inventano, in una vita che è la loro.