Questo blog è dedicato alle diverse forme con cui viene rappresentato il processo della crescita, nel cinema, nella musica, nella letteratura. Cerco di segnalare contributi che permettano di cogliere l'idea della positività, della creatività, della originalità con cui è possibile crescere, possibilmente crescere bene, appunto senza farsi troppo male.
Questo può apparire quasi superfluo da segnalare, ma mi sembra spersso prevalere una immagine negativa del futuro, inteso come qualcosa di negativo e di frustrante, per cui addentravisi può sembrare poco invitante o addirittura pericoloso.
Forse questo è accaduto ad ogni cambio generazionale: pensare che si lascia una sfera di attività, e di vita, e che questo non farà bene al mondo, mentre forse il mondo non se ne accorgerà più di tanto.
Questo lungo preambolo per parlare di Boyhood, film diretto da R. Linklater nel 2014, nel quale vediamo la crescita, anno per anno, del piccolo Mason e della sua famiglia; si tratta, per così dire, di una evoluzione moderna del cinema verità, nel senso che il tempo è davvero passato, che le persone ritratte sono davvero invecchiate. Le riprese venivano effettuate anno dopo anno, mescolando così alla finzione della trama la reale evoluzione ed il cambiamento degli interpreti.
Mason diventa con il tempo meno angelico, si scontra con le difficoltà della separazione dei genitori, con quelle del cercare di definirsi e di individuarsi, diventando in questo modo, a me pare, più consapevole ma anche più ombroso.
La madre affronta invece, instancabilmente, la ricerca di un nuovo equilibrio, cercando nuovi compagni con i quali iniziare la nuova vita, e trovandosi perennemente delusa e frustrata. Avrebbe voluto più tempo, confessa al figlio che sta per andare al college, ormai cresciuto ed abbastanza autonomo; non ha capito, forse, che il tempo è quello che è, che se non lo si affronta, cercando di accettarne la limitatezza, esso può non bastare mai.
Di questo avviso è forse il padre, uomo più instabile ma a suo modo consapevole del proprio compito di essere un genitore, che canta ai figli, che hanno circa dieci anni in quel momento del film, una struggente ninna nanna, “Split the difference” (http://youtu.be/ea71yfIM9RQ ); peccato che non sia stata sottotitolata nell'edizione italiana.
Il sapore del film è la malinconia, legata anche al fatto - la vera originalità - che la finzione, ora, non è più totale, che vediamo la vita vera e le sue tracce sui volti e sui corpi degli attori, e questo ci fa pensare..